Statuto storico
Gli antichi Statuti della
Confraternita sono contenuti in un manoscritto di circa 300 carte (vale a
dire quasi 600 pagine) che consta di 24 capitoli oltre una prefazione.
La prefazione, “nella quale si essorta il Peccatore à Penitenza, e si dimostra quanto siano profittevoli le Congregazioni à chi vuol perseverare in Penitenza e vivere dà Christiano”, è dedicata ad indirizzare i cristiani alla pratica delle virtù, sottolineando come la forma associativa giovi al profitto spirituale di ciascuno.
Nel I capitolo vi è una vivida cronaca della fondazione della Confraternita (1° giugno 1669) e dei suoi primi mesi di vita.
I capitoli da II a IX tracciano l’organigramma delle cariche ed uffici del Sodalizio, dalle figure propriamente direttive (Padre Spirituale e Prefetto, cioè Priore) a quelle ausiliarie, fino al grado minore (Secretario, Sacrestano, Mastro di Cerimonie, Portinaro, Decurioni).
I capitoli X e XI si occupano rispettivamente “delle qualità et Condizioni che deve havere il Congregato Penitente” e “di quello che devono fare i Congregati Penitenti per mantenersi nel loro proponimento e per vivere da veri devoti”, ovvero coltivare le virtù teologali (fede, speranza, carità) e morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza).
Il capitolo XII è quello che contiene gli Statuti veri e propri, in numero di sette.
Il capitolo XIII e poi quelli dal XVI al XX regolano minuziosamente l’esercizio del culto interno della Confraternita, disciplinando i riti secondo un dettagliato calendario.
Nei capitoli XIV e XV, invece, sono contenute le norme “da osservarsi nell’opre della Carità fraterna fra i Congregati Penitenti”.
Il capitolo XXI reca le regole relative all’elezione degli Officiali e alla loro sostituzione.
Il XXII disciplina l’ammissione e l’esclusione dal Sodalizio.
Nel capitolo XXIII si trova una rassegna di ulteriori aspetti organizzativi e necessità materiali della Confraternita, la cui sistemazione viene lasciata a tempi successivi (abiti e insegne, oratorio proprio, immagini sacre etc.).
Il capitolo XXIV, intitolato “Avvertimenti a i Fratelli Penitenti per Conclusione del Libro”, è una sorta di predica scritta, in pieno stile oratorio, nella quale si incoraggiano i confratelli a perseverare nell’opera intrapresa, richiamando con vigore la fugacità delle gioie e dei beni mondani.
In calce al manoscritto si trova l’approvazione di pugno del Vescovo di Mileto Ottavio Paravicino, datata 20 ottobre 1682.
Capitolo I: la fondazione
“…Nell’anno di nostra salute
1669 in Molti luoghi di questa Diocesi il Rev. Sig:r D. Orazio Rocca,
Dottore di Leggi e Canonico della Cattedrale di Mileto, et il Rev. P. f.
Pasquale Martorano dà Tropea Reformato dell’ordine de Minori, quasi Profeti
Evangelici essecutori della Voluntà Divina che si compiacque per mezo loro
ridurre alla strada del Paradiso l’anime di molti predicavano la penitenza:
Risvegliavano questi à più potere con Santi avvertimenti le menti de’ Popoli
immersi nel profondo letargo del Peccato, e concedevano con autorità datali dal
Sommo Pontefice l’Indulgenza plenaria e Remissione di tutti i Peccati.
Fù à parte di questa Visita divina il Luogo di S. Nicola della Junca membro della Terra di Vallelonga, non per altro dà quella distinto se non per eterna testimonianza d’una crudelissima Guerra sostenuta à tempi andati contro Roggiero Guiscardo Conte di Sicilia, qual dopò molti mesi terminò con la destruzzione di quella Terra all’hora fortezza quasi inespugnabile, e con una terribile Escomunica fulminata contro il Conte dà Calisto Secondo Sommo Pontefice che col camauro, e con l’Armi difendea le giuste Raggioni di Guglielmo Duca di Calabria che in quel tempo assente dà suoi stati lasciati sotto la protezzione del Pontefice ritrovavasi in Costantinopoli nella Corte d’Alessio Comneno Imperadore d’Oriente.
Non richiese quel popolo come il
ricco Epulone i Morti risuscitati per dar fede àgl’avvisi divini, mà ricevuta
come dà Profeti Celesti per bocca di questi Reverendi Sacerdoti la correzzione
che Dio li faceva de’ loro peccati vestitisi tutti al numero d’ottocento e più
persone in Habito di penitenza e forsandosi ciascheduno con Orazioni discipline
diggiuni e lagrime di vera contrizione impetrare dalla Maestà Divina il perdono
confessorono à questi Messaggi di Dio i loro peccati, e riceverono per mano de
medesimi il Sacramento dell’Eucharistia riserbando nelle loro Menti un vivo e
vero proponimento di mai più peccare.
Si come alle lagrime di questi non si trattennero ad acconsentire anco i fanciulli che coronati di Spine tolte dal capo delle loro Madri andavano con le pietre in mano percuotendosi il petto, & gridando per tutte le strade con dirotte lagrime Misericordia; Così acconsentì parimente con pensieri di vera Carità verso l’anime loro il Rev:do Sig:r D. Orazio il quale desiderando che quel fervore che si eccitò in quel Popolo nel servizio divino e nella Virtù della Penitenza non mai s’estinguesse anzi dovesse sempre maggiormente avanzarsi nel Di Sabato primo di Giugno adunato doppo Compieta la maggior parte degl’huomini di quel luogo nella Chiesa Parochiale dando à tutti molti Santi Ricordi instituì frà di loro questa devota Congregazione acciò potessero di continuo mantenersi in Santi Essercizij per mezo de quali dovesse dopò la sua partenza non solo non sminuirsi mà maggiormente accendersi ne loro Cuori il concepito fervore: Creò in quel medesimo punto l’officiali opportuni al suo mantenimento e consegnato à quelli un foglio dove erano brevemente scritti i devoti statuti, letto ad alta voce quanto in quello si contenea fù da tutti i fratelli già scritti che erano al numero di ottanta à viva voce accettato cantando immediatam:te in segno dell’allegrezza da tutti concepita per così santa istituzione il Te Deum Laudamus. Si diede poi principio la sera della Domenica immediatam:te seguente à i spirituali Essercizij assistendo in quelli per consolazione de Congregati l’Istitutore medesimo, il quale richiamato nel dì seguente dà suoi affari in Mileto, lasciò nel cuore di ciascheduno un desiderio affezzionato della sua persona et una Santa Invidia della sua devozione.
Seguirono per
grazia di Dio i fratelli à ritrovarsi ogni uno ne giorni determinati nella
Chiesa e quivi eseguiscono di continuo con devozione degna d’esser imitata dà i
Convicini i Santi Esercizij della Congregazione; Cresciuta poi dà così Santo
Essempio la devozione et affezzione di tutti verso così devoto Essercizio crebbe
anche con essa il numero de fratelli da ottanta à cento e vinti non senza
speranza che in quel luogo non c’habbi à restar nissuno che non volesse essere
ascritto”.
Capitolo XI: l’apertura della Confraternita a tutti i ceti sociali
“Sarebbe ancor
conveniente direbbe qualcheduno che à queste tre condizioni che deve havere il
Congregato penitente aggiungessimo come forsi più eccellente e più necessaria di
tutte l'altre anco la quarta qual deve essere che il Congregato penitente sia
del med:o grado e della medesima condizione dell'altri fratelli
Congregati, anzi per questo effetto si dovrebbe aggiunger un Statuto inviolabile
in questa Cong:ne che i fratelli debbano essere tutti d'ugual nascita
e d'una medesima condizione et i fratelli Congregati quando si tratta che
volesse entrare nella loro Cong:ne un Plebeo un che sia di condizione
inferiore ed essoloro non debano dare il lor voto e debbano impedire che non
entrasse, e se pur la Cong:ne è di Plebei sia di gran macchia à una
persona civile il volervi entrare, anzi ne meno deve accettare l'officij in
quella, quanto che non si deve tener Scola trà Villani et ammetterli nella
propria Conversazione, perché da ciò seguirebbe un avvilire il decoro della
persona, et un farsi à poco à poco perder il Concetto, e se vogliono Cong:ne
vadano à farsela separatamente Prencipi con Prencipi Cavalieri con Cavalieri e
Plebei con Plebei come vediamo che s'osserva in tutte le Città principali,
altrimente è Vergogna et il Mondo se ne farà burla. Certamente ch'io la vorrei
aggionger questa Condizione, anzi vorrei consultare se pur vi fosse già ascritta
in questa Cong:ne qualche persona civile che se n'uscisse già che
molti de' Congregati sono poveri fatigatori, et huomini di bassa condizione, e
dall'altra parte non vorrei correr così all'infretta sù questo punto che mi par
puzzi un poco di superbia, vizio molto nocivo à chi desidera entrar in Paradiso,
mà non mi confido di ributtar su questo e condannar il costume di tante città
che così costumano e di tante Congregazioni che osservano inviolabilmente questo
statuto e richiedono ne Congregandi con rigore esattissimo questa quarta non
come quarta, mà come prima e principal condizione. Resta che qualche personaggio
d'autorità maggiore della mia decida questo dubio e risolva questo punto e tanto
maggiormente che queste per esser cose Ecclesiastiche e Riti appartenenti allo
Spirito, appartiene la decisione di essi alla Chiesa à Mon.r Vescovo
ò pure al Sommo Pontefice al quale appartiene l'accordar queste differenze. S.
Pietro Primo Pontefice Prencipe dell'Apostoli Vicario di Giesù Christo e Capo di
S. Chiesa, nella prima sua Epistola al capo p.o pare à me che sbrighi
apertamente queste discordie Si Patrem invocatis dice l'Apostolo, eum
qui sine acceptione personarum iudicat secundum uniuscuiusque opus in timore
incolatus vestri semper conversamini…. E l'Apostolo S. Giacomo nella
Catholica al c. 2.o parlando anco più chiaro, esclama Fratres mei
nolite in personarum acceptione habere fidem Domini …
Dirò dunque ancor io ... che mentre tanto il mendico come il ricco tanto il nobile come l'ignobile sono dichiarati per bocca dell'Altissimo ugualmente suoi figli, et à tutti ugualmente lice invocare il Padre eterno recitando la Santa Orazione lasciataci dà Giesù Christo Pater noster qui es in Coelis et à tutti ugualmente è promesso il Regno de' Cieli che s'acquista per mezo della S. Penitenza e del Sangue di Giesù Christo sparso ugualm:te per il nobile e per l'ignobile per il ricco e per il povero, per il Prencipe ò per il Plebeo, ne si può giungere al Trono celeste per mezo di Privileggij di Illustri Antenati, né per somma d'oro ò d'argento, debbano ancor tutti ugualmente come veri fratelli esser ricevuti nella Congregazione penitente senza altra distinzione che quella di più o meno perfetta humiltà di più ò meno compita carità di più ò meno riguardevole pazienza, e di più ò meno illustre modestia e devozione. Le Regole et raggioni apportate in contrario non sono Regole ò Raggioni dettate da altro che dal Diavolo, ne accettate se non dal Mondo…
Non deve sdegnare il nobile et il ricco di ricevere nella sua Congregazione un Poveretto, mà si ricordi che in persona non de' Prencipi e de Nobili mà in persona de i poveri anzi di vili Mendichi riceve Christo quasi usati sopra la propria persona li Atti della nostra Misericordia…
La Congregazione de fedeli che lodano Dio in questo Mondo simboleggia la Congregazione de' Beati nell'altro dove Iddio non guarda eccezzione di persone tutti siamo pari, e tanta differenza c'è dall'uno all'altro quanto sono megliori l'opre dell'altro che dell'uno…
Non si deve dunque nella Cong:ne penitente haver mira à qualità mondane ne ad eccezzione di persone conforme Iddio non guarda eccezzione in conceder la sua santa grazia à chi è vero Penitente, mà si devono ammettere à i Spirituali esercizij i Nobili et ignobili i Ricchi et i Mendichi basta solo per uguaglianza della loro condizione l'esser uguali nel pentimento d'haver offeso Dio, e l'esser uniformi nel desiderio di mantenersi nello stato della Vita penitente…”.
Capitolo XXIV: conclusione
“Molto più di questi flagellata e disaventurosa è la vita di coloro che tralasciando i veri acquisti dell’eternità e della Gloria Celeste cercano perpetuare i loro nomi in marmi et in Carte, e chiedono Glorie dà sontuosi edificij dagl’ampij Poderi e dalla Copia de descendenti e fatigando incessantem:te per conseguir questo pazzo fine consumano tutti i pochi anni di questa misera vita e prevenuti finalmente dalla Morte conseguiscono la loro eternità nell’inferno…
Pazzie
fratelli. Pazzie. Non si ricordano questi zelatori di vane e false Glorie il
nome di tanti e tanti Valorosi Capitani offuscato poi dal nome d’Alessandro
d’Annibale e di Scipione, non si ricordano i tanti e tanti Poemi spogliati del
nome de’ loro autori dalla fama del nome più glorioso appresso il Mondo di
Homero e di Marone, non sanno che l’Immortalità pretesa dà mille e mille
eccellentissimi filosofi con speculazioni di centinaia d’anni fù poi posta in
oblio dall’opre di Socrate di Platone e d’Aristotele che forse saranno stati di
quelli men dotti, non li sovviene il famoso Impero prima de Babilonij poi de
Persi d’Assirij de i Macedoni e finalmente de Romani con cui in diversi tempi
tutti questi nobilissimi Popoli dominarono il Mondo, hoggi lacerato e diviso in
tante parti, et occupato dà Turchi, non pensano l’ampiezza di Babelle di Tebe di
Troia e di Cartagine e di tante e tante altre Città che sembravano più tosto
Provincie, ridotta hoggi in angustia dà Tronchi selvaggi d’Albori inculti che
hanno fondato su le rovine di quelle le proprie radici. Non considerano che le
tante e tante loro fatiche saranno dà quei discendenti che essi loro sperano,
vituperate e distrutte? Dove è hoggi la stirpe d’Alessandro che si vantava
descendente di Giove, dove è la nobilissima famiglia de Cornelij che centinaia e
centinaia d’anni governò in officij supremi e dominò con tanti Imperadori la
Republica Romana, dove è la descendenza di Giulio Cesare preconizata dà
Virgilio, dà Enea e dà Principij del Mondo? Pazzie fratelli Pazzie, ogni cosa hà
fine, nihil sub sole durabile, i disegni dell’huomo son vani, le Glorie
mondane finiscono in Vituperij, l’eternità fondata in Terra dura cento anni,
ogni cento anni si fà un Mondo di nuovo e chi viene appresso distrugge le
memorie de suoi medesimi antecessori, la vita dell’huomo è un continuo tormento
Vanitas vanitatum et omnia vanitas, non v’è quiete se non in una buona
coscienza, non v’è felicità se non in Paradiso, non v’è riposo se non in Cielo,
non v’è ricchezza se non nel Regno Celeste, non v’è altro diporto in questo
Mondo che meditare la passione di Giesù Christo. David dà semplice Pastorello fu
Mastro di Campo, dà tale fu privato e quasi Aio del suo Re dà tale fu Genero del
Medesimo, dopò questo fu Re, dopò esser Re hebbe mille bellissime donzelle frà
Mogli e concubine, ne questo solo, mà con questo li furono aggionte
le Ricchezze maggiori che possa mai havere un Re terreno, Non li mancò la Copia
de discendenti, fù mille volte Vincitore de suoi Nemici e parlava tante volte
quante voleva con Dio, nulla di meno si protestò finalmente che questo non li
era niente e che egli dà questo non godea nell’anima sua quiete nissuna. Tunc
satiabor cum apparuerit gloria tua. Salomone seguì e fù seguito dalla
fortuna del Padre et avanzollo d’altretanto e se si contentò, io non sò; Si
legga quel che egli medesimo di questo scrisse nel libro che incomincia
Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas. ne voglio tacere quel che dice Francesco
Petrarca Poeta Italiano dopò haver vagheggiato vinti un’anno la sua Madonna
Laura nella quale riputava che consistesse tutta la maggior beatitudine del suo
Cuore.
Ma ben m’avveggio (dic’egli) hor si come al Popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo ancora mi vergogno
E del mio vaneggiar vergogna e il frutto
E’l pentirsi e’l conoscer chiaramente
Che quanto piace al Mondo è brieve Sogno”
Domenico Teti.